Cobain – Montage of Heck

Cobain: Montage of Heck

Titolo Originale: Cobain – Montage of Heck
Nazione: USA
Genere: Documentario
Durata: 135′
Anno: 2015

Regia: Brett Morgen
Cast: Kurt Cobain

Trama: Kurt Cobain, cantante, chitarrista e leader dei Nirvana, è ancora un’icona, nonostante siano passati venti anni dalla sua morte. Grazie a filmati inediti, registrazioni, opere d’arte, fotografie e riviste, si ripercorre in maniera cruda e viscerale la vita di Cobain e la sua carriera con i Nirvana. Fonte Trama  


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Critica: Vedere il film documentario su Kurt Cobain, leader del gruppo punk rock dei Nirvana e indiscussa icona del fenomeno grunge —termine utilizzato per definire il fermento musicale che dalla seconda metà degli anni ’80 e parte dei ’90 interessò l’area nord occidentale degli Stati Uniti, concentrandosi sulla città di Seattle; per etichettare (di comodo) un nuovo genere musicale che effettivo genere non è viste le sue molteplici influenze e contaminazioni, dal rock seventies al punk, all’hardcore, al sottobosco underground (garage rock, noise), al rock psichedelico
è tuffarsi nel passato, è riaprire un album di foto di famiglia che non sfogliavamo da tempo e ritrovarci a sentire scorrere un brivido lungo la schiena per l’emozione che inevitabilmente ci nasce dentro.
Tutto come ce lo ricordavamo, tutto come avevamo visto (dalla tv), letto (dai giornali specializzati e non), ascoltato dalla radio e dallo stereo, inseparabile amico di indimenticabili pomeriggi adolescenziali.
Le immagini di Montage of heck scorrono veloci sullo schermo, alternando momenti inediti, animazione creata ad hoc, a fare da supporto visivo alle audiocassette che il giovane Kurt registrava chiuso nella sua stanza e ad altri (la maggior parte) che non possiamo non riconoscere (soprattutto per chi ha seguito in tempo reale l’infuocato trio di Seattle e dintorni).
E non ci pare vero vederle lì, tutte insieme, così ben accorpate, a strutturare quello che è un denso collage di foto, interviste, performances dal vivo, backstage dei videoclip e appunti, disegni, testi di canzoni scritti a mano che prendono vita grazie ad un intelligente lavoro di computer grafica.
Una nutrita documentazione, dunque, che all’epoca –nell’era preinternet per tutti, dove l’accesso di informazioni non è un problema per nessuno– era arduo accaparrarsi e rappresentava un motivo d’orgoglio per chi riusciva a visionarla o a venirne in possesso (per mezzo di libercoli, registrazioni su vhs, bootlegs, riviste straniere).
Con la complicità dell’emittente televisiva MTV assurta a sacro graal di tutti quei ragazzi innamorati della musica.
Così testiamo nuovamente quanto sia devastante l’impatto con la forza dirompente del rock suonato dai Nirvana, autentico, catartico, selvaggio, arrabbiato, feroce, irriverente, disperato, isterico, veloce e pesante, depresso e sussurrato, con le sue linee di basso che s’insinuano prepotentemente sottopelle e le sue chitarre frastagliate, i ritornelli orecchiabili misti a collassi acustici, le accattivanti sonorità grezze e le armonie (apparentemente) sgraziate che un bel giorno ci folgorarono in pieno.
E riconosciamo quella voce, un urlo roco e lancinante, forse una richiesta d’aiuto, forse il bisogno di liberarsi dai propri terribili, indomabili demoni.
Magari un modo per ribellarsi, per gridare la propria inadeguatezza al mondo ed al sistema che chiamiamo vita, la maniera, l’unica, di dichiararsi ‘contro’.
Ed eccolo lì Kurt Cobain, che ritroviamo come se lo avessimo lasciato (o lui avesse lasciato noi) appena il giorno prima, l’eterno ragazzo inquieto dalla zazzera bionda, bello come un angelo – “più bello di Brad Pitt” -, magro come un chiodo, vestito a strati, col golfino infeltrito, il pigiama di flanella, le larghe camicie indossate solitamente dai taglialegna, i jeans strappati, e i dolori allo stomaco che non gli danno tregua, il desiderio misto alla paura di sentirsi un giorno così felice ed appagato da rimanere prosciugato dei propri fortissimi sconvolgimenti interiori, da sempre fattore scatenante della sua creatività.
Nella musica come nei dipinti, e in quell’utilizzo ricorrente di vecchie bambole e di modellini anatomici, feti, uteri.
Quasi (o senza il quasi) un’ossessione.
E il futuro, una grossa incognita sulla sua arte e nel privato.
Accanto all’amata Courtney e alla loro figlia Frances Bean.